
Come i castighi biblici con cui Dio colpisce “l’uomo malvagio” e indiscriminatamente tutto il suo popolo, le piaghe di Haiti continuano ad abbattersi sulla sua popolazione. I flagelli di una Madre Natura cieca e malvagia che si prodiga nel rivelare la sua presenza con una persecuzione continua, e non ebbra di vite umane, pare non avere fine. Non è certo un’immagine esagerata o enfatizzata nella sua drammaticità, ma semplicemente la constatazione di come certe zone del pianeta siano terribilmente, costantemente, insistentemente perseguitate dalla forza distruttrice della natura, senza d’altronde voler credere nel Fato.
Come una maledizione, gli haitiani hanno già sopportato “le piaghe di invasioni di rane, pidocchi e mosconi” che hanno attentato la vita di ogni singolo abitante. Dal giorno dell’indipendenza nel 1804, la chiamata “Perla delle Antille”, è diventata la prima Repubblica nera della storia e la più contrastata Nuova Nazione tra le nascenti repubbliche delle Americhe. “Schiavi ribelli” o semplicemente disprezzati per essere degli africani liberati, gli haitiani hanno pagato e ancora pagano delle conseguenze derivate dalla vittoria su Napoleone e dal tentativo di rendersi realmente indipendenti. L’autonomia della nazione ha dovuto subire, e in alcuni casi favorito, l’isolamento internazionale e il tentativo di controllo dall’esterno, come ad esempio l’assedio di 15 anni dei marines statunitensi (1915-30) e i successivi colpi di stato per garantire gli interessi stranieri. Duvalier padre e poi figlio (1957-86) hanno contribuito a replicare la piaga che tinse tutti i fiumi di sangue.
La poca lungimiranza delle politiche nazionali di conservazione del suolo e il sistematico approvvigionamento di legna per carbone come pressoché unica fonte energetica, ha ridotto a colline di fango la parte di quest’isola che per secoli fu ricoperta di foreste. Proprio come un’invasione di cavallette, la “carestia” è il piatto tipico dell’alimentazione haitiana, favorita anche dalle speculazioni internazionali a discapito delle poche risorse rimaste agli haitiani: di questa piaga ha reso pubblicamente mea culpa l’ex presidente Bill Clinton, che ammette di aver favorito i coltivatori di riso dell’Arkansas a discapito delle risaie locali, ma nonostante l’ammissione in televisione, senza pagarne le conseguenze. Il riso, Haiti, lo coltivava non solo garantendo la sussistenza, ma lo esportava come prodotto tipico. Dal 1994 l’invasione del chiamato “riso di Miami” sussidiato dagli Stati Uniti, invade mercati e case degli haitiani, rendendo il coltivato nazionale troppo costoso e poco competitivo. Il germoglio della dipendenza ha vinto e con se anche l’industria delle sementi OGM. Ma come assisteremo la cavalletta è stata premiata con un piatto aggiuntivo, quasi una medaglia per ciò che ha causato: Bill Clinton e Gorge Bush, e le loro rispettive foundation, sono gli attuali responsabili del Comitato ONU per la ricostruzione di Haiti, “come chiedere alla cavalletta di coltivare l’erba”.
La frase biblica “Stendi la tua mano verso il cielo (… ) e vi siano tenebre nel paese, così fitte da potersi toccare”, ad Haiti è tradotta in un’unica parola: terremoto. Il 12 gennaio 2010 si scatena l’inferno e in soli 35 secondi è cambiata la vita di 3 milioni e mezzo di persone.
Secondo le stime ufficiali, tipicamente al ribasso per mancanza di informazioni reali, sotto le macerie rimangono oltre duecentomila persone, e almeno trecentomila sono rimaste ferite gravemente. Due milioni di cittadini residenti nella capitale hanno lasciato la loro casa o sono scappati dalla città nelle ore seguite al sisma. Attualmente sono ancora oltre un milione e mezzo i sopravvissuti che dormono in tende o rifugi di fortuna. Un’intera generazione segnata dalla piaga più devastante. Le “tenebre” sono paragonabili al futuro negato di tanti haitiani. Tenebre e futuro negato così reale che si può toccare: la propria abitazione in macerie, la dignità tramutata in elemosina da chiedere, pazientemente, in fila davanti a soldati armati come in guerra; attenzione da mendicare quando la sera cala la luce e tra i cellophane dei campi allestiti negli ex campi di calcio la violenza repressa si sfoga, sempre, colpendo la donna, la madre e la figlia. Ma il disastro toglie il velo di ipocrisia alle questioni nazionali. Con il terremoto si cancella il Campidolio, che ora pare di cartapesta, rappresentava l’illusione haitiana di un Governo Nazionale, che però esisteva per non essere capace di governare; si ripiega l’Archivio Nazionale che inutilmente cercava di dare finalmente a tutti gli haitiani, un nome, un cognome e una data di nascita e a ben poco servirà adesso che c’è la scusa per non sapere niente dei propri cittadini; si tocca con mano anche il soffitto venuto giù del quartiere generale della Minustah, seppellendo coloro che erano arrivati con il mandato internazionale di protezione, tramutato in quello di reprimenda per l’orgoglio di essere neutrali e ascoltare le osservazioni di osservatori non neutrali che gestivano le proprie vendette. Con il terremoto si riconoscono i veri padroni, che nel momento del bisogno, militarizzano e gestiscono la terra ferita, come terra da riportare all’ordine e al controllo: le forze di occupazione USA hanno mostrato al mondo e a chi teorizza ancora un governo planetario, che all’occorrenza un marine, vale di più di un politico, e forse più semplicemente “ciò che è mio, è mio”. >Leggi…
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